Ferruccio Amendola

Da Enciclopedia del Doppiaggio.it.
« Il buon doppiatore deve rinunciare all'idea di interpretare il ruolo che gli viene affidato, perché è già stato recitato da un altro. Il suo compito è, invece, quello di andare il più vicino possibile all'interpretazione dell'attore cui dà la voce... Obiettivo del doppiatore è capire quello che l'attore ha voluto dire, in qualunque lingua l'abbia fatto. Bisogna porsi al suo servizio. »
(Ferruccio Amendola)

(Ferruccio Amendola doppia Sylvester Stallone in Rambo, nel 1982 )

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Ferruccio Amendola
© Foto ivid.it


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Ferruccio Amendola (Torino, 22 luglio 1930 – Roma, 3 settembre 2001) è stato un attore, doppiatore e direttore del doppiaggio italiano.


Scheda a cura di Gerardo Di Cola

Indice

Roma città aperta e gli esordi con Anna Magnani e Aldo Fabrizi

È tra i pochi doppiatori che riesce a farsi conoscere ed apprezzare dal grande pubblico, acquisendo una notorietà insolita per gli attori che si dedicano prevalentemente ali attività del doppiaggio. Si affaccia nel mondo del cinema come interprete e doppiatore fin da giovanissimo. A tredici anni compare in Gian Burrasca (1943) di Sergio Tofano nel ruolo di un collegiale e a quattordici compie il suo esordio nel doppiaggio facendo sentire la sua voce in Roma città aperta. L'esperienza, pur di breve durata, di lavorare al leggio con Aldo Fabrizi e Anna Magnani, si configura come uno dei momenti significativi della sua lunga carriera e il ricordo della Magnani che accarezza il cane mentre subisce le facezie di Fabrizi, sempre pronto a scherzare, rimane vivido nella sua memoria[1].

La voce dell'Actor's Studio: Dustin Hoffman, Robert De Niro, Sylvester Stallone, Al Pacino

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Ma il suo volto resta sconosciuto ai più fino al 1982 quando torna sul set proponendo in televisione alcuni umanissimi personaggi di grande successo popolare (Storia d'amore e d'amicizia di F. Rossi, Quei trentasei gradini di L. Perelli, Little Roma e Pronto soccorso di F. Massaro). Come doppiatore la notorietà, che arriva dopo quasi 25 anni di attività, gli deriva non solo dalla voce scabra, pastosa, e molto caratterizzata, ma dall'incontro con la generazione di nuovi attori americani che si impongono al grande pubblico con una recitazione rinnovata. Il cinema statunitense degli anni '70 richiede di uniformarsi alla gestualità nevrotica delle nuove generazioni, le quali vivono il disagio di un esistenza codificata da regole inadeguate a rispondere alle loro esigenze. Attori come Dustin Hoffman, Robert De Niro, Al Pacino e, successivamente, Sylvester Stallone, accentuando gli insegnamenti dell Actor's Studio, non possono non far breccia nei giovani di tutto il mondo. Amendola, che non è più tanto giovane, sa inter-pretare al meglio la recitazione in voce richiesta per rendere credibili i personaggi interpretati dai nuovi talenti hollywoodiani. Si radica così nel-l'immaginario degli spettatori italiani con una quasi tirannica capacità di presenza ostentata, che spesso offusca le prestazioni di colleghi altrettanto dotati[2].

Ferruccio Amendola, nipote del regista Mario Amendola, nasce a Torino da genitori entrambi attori di rivista. Per questo motivo vive a Roma con i nonni, anch'essi attori teatrali. Non ancora maggiorenne, recita in Madre natura con la compagnia di Pino Locchi, Achille Millo e Tina Lattanzi a cui Ferruccio non lesina battute irriverenti come «Signora, la sua età è pari alla somma delle nostre» suscitando, nella regina del doppiaggio, meraviglia e disappunto[3]. Negli anni cinquanta e sessanta, lavora nel teatro di rivista e al cinema, interpretando come comprimario diversi personaggi in numerose commedie scanzonate, spesso di natura sentimentale. I titoli degni di essere ricordati sono: Undici uomini e un pallone di Giorgio Simonelfi, Le signorine dello 04 di Gianni Franciolini, Ridere, ridere, ridere di Edoardo Anton, La ragazza di via Veneto di Marino Girolami, Prepotenti più di prima di Mario Mattoli, La grande guerra di Mario Monicelli (nel ruolo del soldato De Concini), Riderà (Cuore matto) di Sergio Corbucci e, diretto dallo zio, I dritti, I prepotenti, Simpatico mascalzone. Nelle sue prime apparizioni televisive recita in Il gallo canta a mezzanotte e L'ultima faccia di medusa (1958) di L. Di Gianni, e Il provino (1964 di L. Ripandelli).

La grande prova in Un uomo da marciapiede

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Parallelamente ali attività di attore, Amendola si dedica al doppiaggio, sempre confinato, però, a prestare la voce a personaggi di contorno con poche battute[4]. Il salto verso il ruolo di doppiatore protagonista, avviene nel 1968. Giulio Panicali viene scelto a dirigere il doppiaggio di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, il film che segna una tappa fondamentale verso una visione cinematografica del tutto disincantata e spietata del mondo delle metropoli americane. Ad un primo e superficiale esame del copione, Panicali, erroneamente, ritiene di ravvisare nella storia un legame tra omosessuali, forse tratto in inganno dal carattere crudo e senza veli dell amicizia tra i due personaggi principali. Joe Buck (Jon Voight), che proviene dalla campagna con un bagaglio di ingenuità e di ideali destinati ad infrangersi contro una realtà sordida, e Rizzo, un mendicante tubercolotico infognato nella dimensione metropolitana (Dustin Hoffman). All'inizio Panicali sceglie le voci di Massimo Turci e Cesare Barbetti (per doppiare rispettivamente Voight e Hoffman), ma inavvertitamente si fa scappare il suo lapidario giudizio sulla vicenda e la cosa non piace alla produzione. Il film passa a Mario Maldesi, il quale conferma Turci su Voight, ma sostituisce Barbetti con Amendola, la cui voce si adatta a meraviglia al personaggio di Rico[5]. Quest'ultimo è un italo americano che rompe gli schemi tipici dell'immigrato. Hoffman, che offre una prestazione impregnata di Actor's Studio, impone una recitazione improntata ad un realismo spesso crudele, senza veli, lontano dalle convenzioni tradizionalmente pudiche del cinema americano classico. Amendola si appropria del personaggio e, grazie alla sua dizione non impeccabile e alle timbriche inusuali della sua voce, ha l'occasione, finalmente, di liberare il suo istinto tenuto fino a quel momento imbrigliato, colorando di inflessioni dialettali il personaggio di Rizzo. Come Carlo Romano per Jerry Lewis e Lauro Gazzolo per il "vecchietto del West" Amendola inventa e crea un personaggio-voce. Il direttore del doppiaggio accoglie la provocazione di Ferruccio e gli chiede di accentuare le cadenze napoletane. Maldesi, che si è servito di Luigi La Monica per doppiare Dustin Hoffman ne Il laureato indovinando una voce sconosciuta e giovane, azzecca un altra scommessa con Amendola su Hoffman per Un uomo da marciapiede a conferma delle sue grandi intuizioni di direttore. Maldesi, che evita di creare binomi inscindibili tra doppiatori e doppiati, non può immaginare che Ferruccio legherà indissolubilmente la sua timbrica a quella di Hoffman e ad altri personaggi di rottura del cinema americano come De Niro, Pacino, Stallone. Sarà uno degli ultimi esempi di legame forte tra volto e voce. In seguito si tenderà a non permettere la nascita di binomi condizionanti fondamentalmente per non dare all'attore doppiatore un potere contrattuale eccessivo[6].

Amendola doppierà ancora Hoffman in quasi tutti i film della sua carriera: Il piccolo grande uomo, Cane di paglia, Alfredo, Alfredo, Kramer contro Kramer, Tootsie, Morte di un commesso viaggiatore, Rain Man - L'umo della pioggia e molti altri. Proprio per quella caratteristica dizione "sporcata" tutt'altro che patinata, Amendola è l'ideale per doppiare in dialetto romanesco molto marcato due dei personaggi più trucidi del cinema italiano degli anni settanta e ottanta, entrambi impersonati da Tomas Milian: Nico Giraldi, il commissario "romanaccio" in film come Squadra antifurto, e quello di Monnezza, ladruncolo di mezza tacca figlio delle borgate romane più depresse, in film come Il trucido e lo sbirro...Ma l'enorme lavoro di Ferruccio non si limita a far recitare attori stranieri. Doppia infatti Vittorio Caprioli ne Il messia, Maurizio Arena in Er più - Storia d'amore e di coltello, Per amare Ofelia, Vacanze a Ischia, Glauco Onorato in W Django!, Bud Spencer in Oggi a me... domani a te!- infine (udite!- udite!), una donna, Paola Borboni in Bello come un arcangelo (1974), di Alfredo Giannetti.

Sposò l'attrice e doppiatrice Rita Savagnone, dalla quale ebbe deu figli, Federico e Claudio Amendola, anche questo attore, che gli diede la nipote Alessia, attrice e doppiatrice.

Doppiatore

Cinema

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Telefilm / Serie televisive
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  • Campagna Giornata Nazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza
  • Pubblicità Progresso "No al razzismo, sì alla tolleranza" (Slogan: "Prepariamoci a vivere in una società multirazziale")
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Cartoni animati / Anime

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Cartoni animati / Anime
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Altre attività di doppiaggio

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Direzione del doppiaggio
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  • Film:

1970 Rebel - Fuga senza scampo

1971: Er più - Storia d'amore e di coltello

1976: Italia a mano armata

1977: California

1978: Il diavolo è femmina (ridopp.), Susanna! (ridopp.)

1979: Uno sceriffo extraterrestre... poco extra e molto terrestre

1981: Chi trova un amico, trova un tesoro

1983: Gilda (ridopp.)

1987: Alba d'acciaio, Over the Top, Renegade - Un osso troppo duro

1988: Prima di mezzanotte

1989: Sono affari di famiglia, Sorvegliato speciale

1990: Zia Julia e la telenovela

1993: Sol levante

1995: Ritorno dal nulla, Un giorno da ricordare

1997: Delitto perfetto, Hollywood brucia, Jackie Brown, L.A. Confidential

1999: Echi mortali, Payback - La rivincita di Porter, Terapia e pallottole

2000: Romeo deve morire

2001: La vendetta di Carter, Men of Honor - L'onore degli uomini

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Attore

Cinema

Televisione

Teatro

Pubblicità

  • Testimonial dellamarca di detersivi Vernel

Radio

  • Radio Centro 95 (Torino), station-break ufficiale

Autore

Libri

  • Roma nostra (1996, Gangemi Editore), a cura di Augusto De Luca

Album

  • Baccini and "Best" Friends (1997, CGD), canzone "Margherita Baldacci"
  • Nei tuoi occhi (1997, La Stampa), a cura di Stefano Veneruso, poesia "Se tu mi dimentichi"

Note

  1. G. Di Cola - "Le voci del tempo perduto", p. 232
  2. G. Di Cola - "Le voci del tempo perduto", p. 233
  3. ibidem
  4. ibidem
  5. ibidem
  6. ibidem

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